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Cagliari. Salvini, Fascismo e minacce: solidarietà del FIU a Francesca Mulas

salvini cagliariIl Fronte Indipendentista Unidu esprime piena solidarietà alla giornalista Francesca Mulas, ennesima vittima di minacce fasciste e insulti maschilisti. La sua “colpa” è aver scritto un articolo di cronaca (“Neofascisti sardi schierati con la Lega”) all’indomani del sit-in leghista a Cagliari nell’ambito del tour promozionale nel Sud Italia. Articolo che mette in guardia sulla possibilità di una radicalizzazione di movimenti fascisti in Sardigna, di chiara matrice fascista ed italiana. La Lega si è presentata a Cagliari, in Sardigna, con la mira di attrarre a sè quelle parti della nostra società che si trovano sempre più allo sbando, e cercano in un qualche modo di convogliare la loro rabbia, la condizione sociale da cui da sempre pescano la reazione e i razzismi in genere.

La Sardegna non è Italia, per cui respingiamo al mittente le strumentalizzazioni che, nel fascismo o antifascismo, cercano di ricondurre la lotta di liberazione nazionale sarda sulla via italica e, ancora peggio, sulla via dell’odio razziale, del riverniciamento leghista, sulle felpe becere, sull’islamofobia dilagante, sul maschilismo e sull’odio al laicismo. La reazione e i rigurgiti sciovinisti italiani, il maschilismo, l’ignoranza, si propagano a vista d’occhio, aizzando così nuove faide sociali. Noi indipendentisti non permetteremo che le condizioni di impoverimento alle quali è sottoposta la nostra Nazione vengano viscidamente utilizzate e cavalcate per distogliere l’attenzione di un Popolo dalle dinamiche coloniali che ogni giorno rendono il Popolo stesso più vulnerabile e attaccabile dai vecchi e nuovi fascisti. Non intendiamo affermare che sia solo folclorismo, non sottovalutiamo e per questo denunciamo queste derive sociali come pienamente organiche al mantenimento del nostro popolo in condizioni di sottosviluppo. In Sardigna, però, questa contraddizione e questa situazione di disperazione sociale hanno un nome preciso: Stato italiano e il suo nuovo assetto renziano, di cui Lega e Salvini sono perfettamente organici in ottica di interessi nazionali italiani; d’altronde, il fascismo italiano si caratterizza per il suo corporativismo e lo spauracchio leghista è funzionale ad attrarre quanto più consenso verso le “nuove” politiche neocentraliste, economicamente quanto istituzionalmente. Il nostro Popolo, i nostri territori, la nostra Nazione, si trovano in queste condizioni per l’opera sistematica di rapina e disarticolazione sociale messa in atto dalla colonizzazione italiana. La presenza della Lega, quindi, è da segnalare a piu livelli: come partito razzista e fascistoide, e diversamente non potrebbe essere, ma anche come l’ennesimo partito/movimento italiano che sbarca in Sardigna per raccogliere il malcontento e organizzarlo in nome dello stesso carceriere che ci tiene in manette: lo Stato italiano.

Vogliamo la scuola sarda, non militari italiani (di Scida). Quarta parte: Antistoria della “Brigata Ascari”.

 borntokillita3Antistoria della “Brigata Ascari”

 “La Sardegna è un ottimo materiale da guerra: dà alla guerra l’uomo dal cuor di leone ed il ferro per i cannoni”

(Pasquale Manca, milite della Brigata Sassari, 1914)

Chi è un ascaro? Con questo termine – derivante dall’arabo῾askarī, soldato – si indicavano gli autoctoni dell’Africa Orientale, raggruppati entro truppe coloniali al servizio dell’esercito italiano occupante. Gli ascari sono uno dei numerosi esempi storici di corpi coloniali, formati da membri della nazione occupata. Si possono citare i sepoy, indiani al servizio degli inglesi; gli zuavi, algerini al seguito dell’esercito francese. Nella colonia Sardegna, la Brigata Sassari ha rivestito l’equivalente storico di tale fenomeno.

Mentre in qualche nazione colonizzata (vedi la guerra d’indipendenza indiana del 1857, sorta da un ammutinamento delle truppe indigene o la guerra di liberazione algerina, tra i cui capi – come Ahmed Ben Bella – vi furono ex soldati del Corpo di Spedizione Francese in Italia, composto per lo più da nordafricani, durante la seconda guerra mondiale) la creazione di un tale raggruppamento ebbe un effetto progressivo, nella nostra isola esso fu un fortissimo strumento di unione, colonizzazione mentale dei sardi, attraverso l’identificazione indotta nella Brigata ed il suo “tributo” di sangue.

La mistificazione della storia della brigata tatarina va allo stesso ritmo della narrazione storica propagandistica italiana. Quest’ultima, raccontando il suo Novecento, ha agito su due fronti: l’eroismo dei soldati della Prima Guerra Mondiale; il vittimismo dei soldati che hanno preso parte al secondo conflitto. Nel primo caso, si è puntato ad esaltare le imprese che consentissero di coprire la triste verità: migliaia di contadini e pastori spediti in trincea, al fine di portare l’Italia – quindi i suoi capitalisti – fra le grandi potenze imperialiste, fra le angherie degli ufficiali e costretti a scegliere se farsi trucidare dagli austriaci o farsi uccidere dai carabinieri; giovani nazionalisti esaltati e plagiati che finiranno per alimentare le file del movimento fascista. In Sardegna, contadini e pastori avevano ben altro cui pensare che alle “terre irredente” o all’arciduca Ferdinando ed ai grandi giochi imperialisti. Nei primi del Novecento, il mondo agropastorale sardo fu sconvolto per la soddisfazione delle esigenze del mercato: l’industria casearia italiana giunse nell’isola, imponendo i nuovi ritmi produttivistici capitalisti, con l’espansione dell’ovino e dei pascoli a danno dei contadini e degli stessi pastori, costretti a pagare affitti esorbitanti, privi di potere contrattuale nei confronti dei printzipales ed esposti all’usura. Nel 1913 le masse si sollevarono in diversi comuni, per chiedere misure speciali contro il crollo delle produzioni agricole, la siccità, la moria di bestiame, il rialzo del costo della vita. Nel 1914, 6000 operai furono licenziati dalle miniere iglesienti, vista della rottura dei contatti con i proprietari dovuta allo scoppio del conflitto. Nel 1915, nuove mobilitazioni popolari contro fame e disoccupazione. Tutto il contrario di una presunta volontà di combattere, al fine di integrarsi nell’Italia. La risposta del Regno fu la guerra: 98000 mobilitati, 17000 morti e dispersi (1754 caduti nella Brigata Sassari, su 6000 effettivi). Al ritorno a casa, oltre a trovare una situazione peggiore di prima, i soldati furono anche traditi dai propri dirigenti più maturi (i padri del sardismo), che invece di catalizzare la rabbia popolare verso la lotta di liberazione, decisero di portarlo nell’alveo del nazionalismo italiano. Non sappiamo, infine, se – per i soldati caduti in battaglia – siano state peggiori le baionette austriache o i deliranti proclami che vengono declamati in loro “onore” da uomini politici mediocri, in nome della dipendenza della nostra nazione. Per quanto concerne la Seconda, si punta sul descrivere i soldati italici come delle vittime di una dittatura che si lasciò coinvolgere in un conflitto privo di senso; a questo proposito, si è praticato un duro taglio strumentale alla narrazione degli eventi: ampio spazio dato alle “gesta” dell’esercito italiano in Africa ed in Russia – il quale, secondo la vulgata filoitaliana, avrebbe dato prova di eroismo nonostante le difficoltà e l’infido alleato tedesco, come ad El Alamein; quasi oblio, invece, riguardo le vicende delle forze armate italiane in Iugoslavia, nonostante in essa fosse occupato ben 1/3 dell’intero schieramento mussoliniano. Evidentemente, è stato molto difficile trovare tracce di nobiltà in quel fronte, ove gli italiani furono attivi quanto i nazisti nel rastrellare le popolazioni, creare campi di concentramento, devastare centinaia di villaggi combattere i patrioti slavi. Molto meglio rimuovere. E la Brigata Sassari?

La letteratura trabocca di racconti sui reggimenti dei “Dimonios” sul Carso. Grazie a quanto hanno scritto Gramsci, Lussu e Bellieni abbiamo una minima conoscenza del fatto che la Brigata Sassari sia stata impiegata – durante il Biennio Rosso- per “operazioni di ordine pubblico”, ovvero per reprimere gli operai in rivolta e proteggere la proprietà. Sappiamo che i due leader del sardismo chiesero lo scioglimento della Brigata, piuttosto che vederla partecipare ad atti ignominiosi; tramite il grande pensatore di Ales, invece, abbiamo conosciuto il malinteso senso di identità sarda dei soldati della Sassari, un raggruppamento “etnico” forgiato dal dominatore per dirigerlo verso i suoi interessi. Ci racconta l’intellettuale marxista che i tatarini erano ingenuamente convinti di svolgere un’azione meritoria poiché, in quanto sardi, vedevano negli operai torinesi dei nemici, proprio in quanto “piemontesi”. Esattamente come hanno fatto i paesi imperialisti nelle proprie colonie: al fine di assicurarsi la fedeltà di colonizzati, giudicati infidi ma allo stesso tempo come forieri di una ferocia degna di essere catalizzata, si rende necessario creare dei reggimenti su base etnica. Così, gli italiani hanno esaltato la carne da cannone sarda come gli inglesi hanno esaltato il valore dei propri Gurkha (“bravest of the brave, most generous of the generous”, nepalesi inquadrati nell’esercito britannico) o i francesi hanno esaltato i tiratori algerini o gli zuavi (è celebre il monumento in onore agli zuavi combattenti in Crimea, ad opera di Georges Diebolt).

Ma se i nostri studenti, oltre le gesta di Lussu e compagni, conoscessero pure la vicenda della Brigata Sassari in Iugoslavia (detta, dal 1939 “Divisione Sassari”, poiché agli storici 151° e 152° Reggimento si era aggiunto il 34° Reggimento artiglieria) si identificherebbero ugualmente con essi? Ne dubitiamo fortemente.

Abbiamo preso una donna prigioniera (…) Ci siamo accorti che era incinta, forse di sette-otto mesi. (…) Se dici ‘viva Mussolini’ ti perdoniamo e ti lasciamo andare” le abbiamo detto. Non siamo riusciti a convincerla. “Zivio Stalin, viva Stalin” urlava. Ho provato un sacco di volte a convincerla, ma lei niente. Quando ha gridato di nuovo “Zivio Stalin” le ho sparato un colpo in testa.”

“Un giorno abbiamo preso prigioniero un uomo di 70-80 anni, un vecchio che capeggiava una banda di comunisti (…) In un paio l’abbiamo preso, gli abbiamo fatto scavare la fossa e lo abbiamo ucciso.”

Una volta abbiamo scoperto una donna che aveva nascosto una pistola, infilando la canna nelle parti intime. (…) Abbiamo sequestrato la pistola e l’abbiamo presa a calci.”

(Gesuino Cauli – fante della Divisione Sassari, 152° reggimento, II battaglione, 6^ compagnia)

“L’episodio più brutto che io rammento è quello della distruzione di un paese di 450 abitanti. Non ricordo il nome di quella località sperduta fra le montagne. L’ordine di radere al suolo era stato dato perché tutti i partigiani di quella zona erano di quel paese. Abbiamo circondato il paese. Due squadre sono rimaste di copertura e altre due sono scese. I soldati mettevano i mobili sopra il letto e poi incendiavano il materasso. La casa, con questo sistema, bruciava come un cerino.”

All’imbrunire abbiamo sentito fruscio di foglie di granturco, un rumore di gente che si spostava in direzione delle mitragliatrici. “Dagli una raffica” ho ordinato al mitragliere (…) Non si è sentito più niente per tutta la notte. Al mattino abbiamo perlustrato la zona e abbiamo trovato una donna molto vecchia, uccisa dalla raffica della mitragliatrice.”

Una volta ho dovuto preparare il Plotone di esecuzione. C’era un partigiano che aveva detto “macaco” all’ufficiale italiano che lo interrogava. Per quella imprecazione è stata ordinata la fucilazione.”

(Lazzaro Piras – Sergente Maggiore della Div.Sassari, 152° reg, II batt, 8^compagnia)

“Ci sparavano addosso da una collinetta e non riuscivamo a individuare da che parte arrivassero i colpi. (…) Il giorno dopo abbiamo dato la risposta ai partigiani. Siamo tornati su quella collinetta e abbiamo raso al suolo tutte le case a colpi di mortaio.”

(Antonio Cappai- Fante scelto della Div. Sassari, 152°reg, II batt, 7^compagnia- Plotone Arditi)

Non c’è traccia degli “intrepidi sardi” sull’Altipiano carsico, ne di eroi, ma solo di meri e vigliacchi esecutori – al servizio dello Stato italiano e dell’esercito tedesco – scagliati non contro un altro esercito regolare bensì contro un autentico popolo in armi, che lottava strenuamente contro l’occupante nazifascista tanto da sapersi liberare senza l’intervento di eserciti stranieri. E gli ascari sardi stavano lì a rastrellare le città (Sebenico, Knin, Brod, Gracac, Petrovac, località della Croazia e della Dalmazia) a combattere i patrioti, a compiere crudeltà contro la popolazione.

Con l’armistizio dell’8 settembre, e dopo la difesa di Roma dall’invasione tedesca, la Divisione Sassari viene sciolta per essere ricostruita soltanto nel 1988, con la denominazione di “Brigata” ad evocazione diretta della Grande Guerra. Impossibile, non pensare ad un’operazione propagandistica in un’isola che – in quegli anni – stava impensierendo lo Stato con il “vento sardista” ed il presunto “complotto separatista”. Era necessario re-inventare un legame forte e diretto tra l’Italia e la Sardegna, in nome del “sangue versato”. Così la Brigata Ascari ha preso parte a diverse missioni – senza mai incontrare gli interessi della nazione sarda – partecipando, infine, all’occupazione dell’Iraq e a quella dell’Afghanistan, in nome di interessi americani ed italiani, cui potremmo aggiungere quelli di qualche giovanotto male indottrinato e dotato di una scala dei valori piuttosto distorta.

RIFERIMENTI ESSENZIALI

La guerra dimenticata della Brigata Sassari: La campagna di Iugoslavia 1941-1943. Francesco Fatutta, Paolo Vacca, (EDES, 1994)

http://scida.altervista.org/vogliamo-la-scuola-sarda-non-militari-italiani/#4

Bauladu. Ogghj cumencia la VI stasgioni di “Addananzi la Ciminea”

bauladuCumencia ogghj a Bauladu la sesta stasgioni di Addananzi la Ciminea, Fèstival Letterariu Diffusu. L’eventu illa comunitai aristanesa prìvvedi tre ciurrati ricchi d’abbòi culturali spalti tra setti lochi prinzipali di la cittài – da chinci lu ‘essu “diffusu” di lu Féstival – cu l’affìccu di fa cunniscì e avvalurà Bauladu (e no so solu) tra storia, bandiu scientificu, contu, alti e ‘riccàttu bonu.

L’olganizazioni di lu Fèstival (ch’harà com’e ‘stragni, in mez’ a l’alti, Giulio Angioni, Bainzu Piliu, Piergiorgio Odifreddi, Cristiana Collu, Nereide Rudas e li cantautòri Nicolò Carnesi e Dente) veni appruntata da la Cunsulta Cioani di Bauladu. Si cumencia ogghj, a li cincu di sirintina, und’e Domu Carta-Erdas: Sedotti e acculturati. Un omaggio al pensiero di Placido Cherchi, cun Giulio Angioni, Alessandro Fonti, Roberto Carta e Franciscu Pala. Si chjùdi duminica, a li sei di sirintina, und’e Domu Zoccheddu-Erdas: Viaggio invisibile. Odissea visionaria. Migrazioni e lavoro in Sardegna, cun Centro C.A.P.R.A. e Teatro Zemrude.

Pa lu prugramma cumpletu di Addananzi la Ciminea e tutti l’infulmazioni di pruvvettu www.anantidesaziminera.net/

Bauladu. Oggi al via la VI edizione di “Ananti de sa Ziminera”

Al via a Bauladu la VI edizione di Ananti de sa Ziminera, Fèstival Literàriu Difùndiu (Di fronte al Camino, Festival Letterario Diffuso). L’evento nella comunità oristanese prevede una tre giorni ricca di appuntamenti culturali che si articoleranno lungo sette luoghi chiave della città – da qui appunto il carattere diffuso del Fèstival – volti a conoscere e valorizzare Bauladu e non solo, tra storia, divulgazione scientifica, narrativa, arte e buon cibo.

L’organizzazione del Fèstival (che avrà come ospiti, tra gli altri, Giulio Angioni, Bainzu Piliu, Piergiorgio Odifreddi, Cristiana Collu, Nereide Rudas e i cantautori Nicolò Carnesi e Dente) è curata dalla Consulta Giovani di Bauladu. Apre oggi, ore 17.00, a Domu Carta-Erdas: Sedotti e acculturati. Un omaggio al pensiero di Placido Cherchi, con Giulio Angioni, Alessandro Fonti, Roberto Carta e Franciscu Pala. Conclude domenica, ore 18:00, a Domu Zoccheddu-Erdas: Viaggio invisibile. Odissea visionaria. Migrazioni e lavoro in Sardegna, con Centro C.A.P.R.A. e Teatro Zemrude.

Per la programmazione completa di Ananti de sa Ziminera e tutte le informazioni utili: www.anantidesaziminera.net/ Continua la lettura di Bauladu. Ogghj cumencia la VI stasgioni di “Addananzi la Ciminea”

Tempiu Pausania. Brigata Sassari, cittadinànzia d’onori e vinirazioni militari. Vicesindacu contr’ a tutti

brigata-sassari-tempioGhjói passatu lu cunsiddu comunali di Tempiu Pausania ha ufficializzatu la cittadinànzia d’onori a li fanti di la Brigata Sassari (152° regghjimentu). V’era d’aspittassillu propriu ill’annu di lu centenariu di chista palti di l’esercitu italianu. Tutti cuncoldi, tranne unu. La cuntrarietai è pisuta, pa l’algumentu e pa lu fattu chi lu cuntrariu è lu Vicesindacu di Tempiu e assessori a Politichi Soziali, Gianni Monteduro. Lu cuntrastu in cunsiddu è statu folti e prima di l’intelventu di Monteduro, chi spieghendini li rasgioni impruntà comu haria ‘uttatu, v’era ca s’era punendi lu paltó e dagghjìa pa scioltu lu cunsiddu. In pratica, una formalitai. Da chissu momentu in poi l’intalventi hani fattu idè una bedda cantitai di patriottismo italianu chi s’è spintu finz’a all’attitudini etnichi alla gherra di li Saldi pa la palticulari rialtài socioeconomica di alléu e trabaddu di la tàrra.

Li rasgioni di Monteduro s’ho abbastanzia cunnisciuti comu altettantu lu so l’imprési più che centenari di l’esercitu italianu in Saldigna, Italia e in ghjru pa lu mundu. Rasgioni di tipu educativu, pa lu bè di li stéddi di Saldigna chi no dechini smannà in mezu a autoritarismu, sciovinismu italianu e, pa contu di chisti, una Storia altarata innariendi “valori” chi poltarani nudda di bonu alla suzietai di dumani.

No è la prima ‘olta chi Monteduro pìdda pusizioni di chista pultata. Dui anni fa, illa matessi manera, cu educazioni e algumenti, s’è oppostu all’esercitazioni di la Brigata Sassari illa Pischinaccia e a tuttu lu chi in chisti casi sighi, come lizioni illi scoli da palti di suldati o li steddhi matessi accumpagnati da li mastri chi imparani comu si priparani li campi militàri a Herat e, magari, comu si poltani addananzi in pochi ciurrati li bunìfichi di Teulada, dapoi di bumbaldamenti chi sighini da cincant’anni.

Illa ciurrata di ‘ènnari in Tempiu vi sarani cussì li cilibrazioni e preocuppigghja no pocu – in tempu di disoccupazioni, emigrazioni e gherri in tuttu lu mundu – l’auguriu chi a chista vinirazioni di li sassarini sighia un’impegnu custanti 365 dì a l’annu pa la cittài (Gianni Addis). Oppuru lu Sindacu Frediani chi è cunvintu chi celti paréri so “chistioni passunali” e, pa chistu, no si doariani rifirì. La chistioni, inveci, è propriu politica, scientifica e storica: lu cunsiddu comunali è, o doaria esse, un locu politicu.

Di signalà chi, puru si a mezu stampa, un altu cunsidderi di minurìa, Tato Usai, agghjà finza che dumandatu li dimissioni di lu Vicensindacu. Pa una ‘olta, sindacu e magghjurìa di guvelnu hani  autu l’ala manna di la minurìa timpiesa: li dui palti erani ‘uniti comu no mai. Miràculi di l’esercitu italianu e dìlla pruppaganda elettorali ch’è, si po dì, intrata illu ‘iu.

Tempio Pausania. Brigata Sassari, cittadinanza onoraria e venerazioni militari. Vicesindaco contro tutti.

Giovedì scorso il consiglio comunale di Tempio Pausania ha ufficializzato la cittadinanza onoraria alla fanteria della Brigata Sassari (152° reggimento). Era prevedibile proprio nell’anno del centenario di tale parte dell’esercito italiano. Tutti concordi, eccetto uno. La contrarietà è pesante, per l’argomento e per il fatto che la stessa viene espressa dal Vicesindaco di Tempio e assessore alle Politiche Sociali, Gianni Monteduro. La discussione in consiglio è stata forte e prima dell’intervento di Monteduro c’era chi indossava il cappotto e dava per sciolto il consiglio. In pratica, una formalità.

Da quel momento in poi gli interventi hanno mostrato una bella dose di patriottismo italiano che si è spinto sino alle attitudini etniche alla guerra dei Sardi, dovute alla particolare realtà socioeconomica agropastorale.

Le ragioni di Monteduro sono piuttosto note come altrettanto lo sono le gesta più che centenarie dell’esercito italiano in Sardegna, Italia e in giro per il mondo. Ragioni di tipo educativo, per il bene dei bambini che non crescano tra autoritarismo, sciovinismo italiano e, per conto di questi, una Storia mistificata dall’esaltazione di “valori” che porteranno nulla di buono alla società di domani.

Non è la prima volta che Monteduro esprime posizioni simili. Due anni fa, nello stesso modo, con educazione e argomenti, si è opposto alle esercitazione della Brigata Sassari in zona La Pischinaccia e a tutto ciò che in questi casi consegue, come le lezioni dei militari ai ragazzi o questi ultimi che con i loro maestri apprendono come realizzare campi militari a Herat o, magari, come portare avanti in poche giornate bonifiche nei Poligoni militari in Sardegna, dopo bombardamenti che proseguono da cinquant’anni.

Nella giornata di venerdì a Tempio si terranno così le celebrazioni  e preoccupano non poco – in tempo di disoccupazione, emigrazione e guerre ovunque nel mondo – gli auspici che alla venerazione dei sassarini segua un impegno in tal senso 365 giorni all’anno per la città (Gianni Addis). Oppure il sindaco Frediani che è convinto si tratti di “questioni personali” e, in quanto tali, non si dovrebbero esternare.

La questione, invece, è proprio politica, scientifica e storica; il consiglio comunale è, o dovrebbe essere, un luogo politico. Da segnalare che, seppur a mezzo stampa, un altro consigliere di minoranza, Tato Usai, ha persino chiesto le dimissioni del Vicesindaco.

Per una volta, sindaco e maggioranza di governo hanno registrato un appoggio convinto dalla minoranza: le due parti erano unite come non mai. Miracoli dell’esercito italiano e della propaganda elettorale che, si può dire, è ormai entrata nel vivo.

http://www.ilminuto.info/sc/2015/03/tempio-pausania-brigata-sassari-cittadinanza-onoraria-e-venerazioni-militari-vicesindaco-contro-tutti/

Vogliamo la scuola sarda, non militari italiani (di Scida*). L’esercito italiano in Sardegna: occupazione e repressione (terza parte)

borntokillita3*Originariamente pubblicato su Scida – Giovunus Indipendentistas, l’01/10/2013.  http://scida.altervista.org/

L’esercito italiano in Sardegna: occupazione e repressione.

Le forze armate dello Stato unitario sono state attive nella repressione dei moti popolari della seconda metà del XIX secolo, in opposizione alle proteste popolari – da quelle contro la abolizione degli adempirvi (1865), ultimo attacco contro la gestione comunitaria della terra, ai battellieri in sciopero di Carloforte e ai tumulti di Sanluri del 1881, ove i carabinieri spararono sulla folla uccidendo 4 persone che manifestavano la propria opposizione alla miseria- e nelle retate terroristiche contro la popolazione barbaricina, in nome di una pretesa “lotta al banditismo” ma che in realtà era una “caccia grossa” al sardo.

Nel 1904, il direttore della miniera di Buggerru – il greco Georgiadis – chiese l’intervento di due compagnie di carabinieri al fine di costringere gli operai ad interrompere lo sciopero. Il risultato: 4 morti, uccisi perché si opponevano alla riduzione del proprio salario e all’estensione del lavoro a 12 ore. Due anni dopo, l’esercito si distinse ancora nel fare fuoco contro la nostra gente, che si scagliava contro i simboli dell’oppressione colonialista- caseifici, tramvie, casotti daziari-, facendo 2 morti a Cagliari; 2 a Gonnesa; 2 a Nebida; 5 a Villasalto. Senza contare i feriti.

Durante l’ultimo secolo lo Stato italiano – forte del suo dominio economico e culturale – poté contenere i costi dell’oppressione: non più atti palesi, come sparare su civili inermi, ma specialmente attraverso l’occupazione militare diretta, senza disprezzare la comparsa in operazioni contro i “banditi” (Operazione “Forza Paris”, 1992). Le basi militari sono state costruite a partire dagli anni ’50, sotto l’egida della Nato, e quindi della potenza statunitense, la quale – come ogni dominatore storico della Sardegna – vede nella nostra terra un utile avamposto per l’egemonia nel Mediterraneo. Le forze armate italiane condividono con gli alleati atlantici il più grande poligono terrestre, aereo e navale d’Europa (Quirra); il secondo poligono più grande dello Stato (Capo Teulada); il poligono di Capo Frasca; l’aeroporto di Decimomannu; le stazioni di telecomunicazioni del Monte Arci e di Santu Lussurgiu. Le servitù militari – tra terre e acque concesse per le attività di poligoni, aeroporti, porti, beni sottoposti a demanio militare, depositi munizioni, impianti di telecomunicazioni- ricoprono un’area di oltre 35000 ettari, contro i 16000 sul restante territorio dello Stato. In Sardegna sono dunque presenti il 70% delle servitù militari dello Stato, terreni tolti al libero uso delle nostre comunità e che gravano come un macigno sulla nostra possibilità di sviluppo economico. Entro tali aree inibite alla nostra popolazione si compiono lanci di razzi e missili; sganci di bombe (l’80% delle esplosioni di bombe in Italia, in tempo di pace, hanno avuto luogo in Sardegna); prove di armi da parte di militari di tutto il mondo, offerte dalle industrie private degli armamenti; esercitazioni a fuoco per azioni da attuare nelle guerre per l’egemonia occidentale. Inoltre, la nostra terra possiede la più alta percentuale di occupati nelle Forze Armate (4%), mentre nel settentrione e nel meridione d’Italia non si supera il 2%. Crediamo che ciò sia più che sufficiente per affermare, senza possibilità di smentita, che la nazione sarda subisca una grave occupazione militare.

Significativa è la questione della nuova caserma della Brigata Sassari, a Nuoro. 517 ettari della comunità nuorese, destinati a questa funzione del tutto estranea ai suoi interessi economici, per un costo di 24 milioni di euro, mentre per la costruzione del campus universitario si destinerà solo un milione di euro per rimettere a nuovo una ex artiglieria. Insomma, si vede una scelta politica ben precisa nel favorire le forze armate italiane invece degli studenti nuoresi!

RIFERIMENTI ESSENZIALI

– Leopoldo Ortu, Storia della Sardegna: dal Medioevo all’Età Contemporanea (CUEC, 2011);
Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna dopo l’Unità, (Laterza, 1986);
– Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna dalla grande guerra al fascismo (Laterza, 1990);
Guido Floris, Angelo Ledda, Servitù militari in Sardegna. Il caso Teulada (La Collina, 2010);
Giulio Bechi (a cura di Manlio Brigaglia), Caccia Grossa (Ilisso, 2006);

http://scida.altervista.org/vogliamo-la-scuola-sarda-non-militari-italiani/#sthash.FTwQ1MmL.dpuf

Vogliamo la scuola sarda, non militari italiani (di Scida*). Seconda parte.

borntokillita3*Originariamente pubblicato su Scida – Giovunus Indipendentistas, l’01/10/2013.  http://scida.altervista.org/

Un mito da sfatare: le missioni di pace.

Uno dei punti forti della propaganda militarista italica sarebbe la “meritoria” attività delle truppe tricolori per mantenere la pace in Iraq e Afghanistan, per difendere la democrazia in questi paesi. Punto forte dell’antimilitarismo unionista, invece, è quello dei soldati italiani in servizio per interessi di altri.

La realtà che emerge, da quanto ci dicono alcune inchieste giornalistiche è, invece, molto diversa. Innanzitutto, gli italiani hanno combattuto e combattono. Ovviamente, ci vien da dire, giacché un esercito serve a fare la guerra e dal momento che, tra gli italiani a saltare in aria, non vi è stato certo Gino Strada! Innanzitutto, sappiamo dell’impegno italiano nella “Battaglia dei Ponti”, nei pressi di Nassiriya il 6 aprile 2004, contro i miliziani sciiti di Moqtada al Sadr che – giorni prima- aveva occupato tre ponti sull’Eufrate, dividenti in due la città. Durante i combattimenti, gli italiani sparano 30000 proiettili e uccidono – a detta del comando militare italiano – 15 persone. Miliziani o civili? Di certo sappiamo che gli italiani hanno ucciso una donna incinta ed altre tre persone (madre, sorella e marito, secondo i testimoni), facendo fuoco contro un’ambulanza. Ad ammettere ciò è lo stesso caporalmaggiore Raffaele Allocca, il quale – ritrattando la prima versione, secondo cui, il mezzo fosse un’autobomba, non fermatasi al check-point, e le persone all’interno avessero fatto fuoco contro gli italiani – ha dichiarato di aver sparato delle raffiche su ordine del maresciallo Stival, senza vedere delle persone sporgersi fuori dal veicolo. Il giornalista statunitense Micah Garen, che si trovava nel luogo in quel momento e fu anche rapito dagli uomini di al Sadr, fece un filmato da cui si nota che il mezzo era un’ambulanza che stava trasportava una donna incinta all’Ospedale di Nassiriya. Anche per questo, i miliziani sciiti avevano liberato il corrispondente americano. Ci dice Geran: L’ambulanza n.12 era stata inviata alle ore tre di venerdì mattina per trasferire una donna incinta, che aveva un travaglio difficoltoso, e la sua famiglia, dall’ospedale generale situato nella zona nord della città all’ospedale per le maternità nella zona sud, attraversando il fiume. L’esercito italiano, dislocato al lato sud del ponte, sparò contro l’ambulanza mentre essa lo attraversava. L’ambulanza prese fuoco e quattro dei passeggeri all’interno rimasero uccisi. L’autista e due persone con lui sedute sul davanti riuscirono a salvarsi. I resoconti dell’esercito statunitense, resi noti da Wikileaks recentemente (2010), hanno confermato che dal veicolo colpito non vi fu nessuna offesa. Allocca e Stival furono messi sotto processo dal Tribunale Militare e, infine, assolti nel maggio 2007 perché persone non punibili per aver ritenuto di agire in stato di necessità militare. Infatti, è stato riconosciuto l’”errore” commesso ma anche che il mezzo, in quelle condizioni, potesse rappresentare un pericolo grave ed attuale. Ci chiediamo se un tribunale iracheno avesse emesso una sentenza analoga e se – in condizioni di serio calo di consensi popolari nei riguardi delle missioni- l’Esercito avesse potuto condannare i due imputati, senza pensare alle conseguenze politiche di tale gesto.

Pare che in Afghanistan i “nostri ragazzi” si siano molto dilettati nel combattere i patrioti afghani. Basta fare qualche ricerca negli archivi giornalistici per notare ciò che scrivono i corrispondenti: andando a caccia di talebani, gli italiani hanno preso parte a scontri a fuoco in diversi luoghi del paese: nel distretto di Jawand, sul fronte nord dello schieramento italiano in Afghanistan occidentale; a Surobi, settanta chilometri a sudest di Kabul; a Bala Murghab (la Brigata Sassari, fra Natale e Capodanno 2009 ha combattuto per 72 ore); nel fronte sud di Farah.

L’Italia partecipa – o ha partecipato, nel caso iracheno – come truppa di occupazione ma anche come belligerante. Non solo per assolvere ai suoi doveri di vassallo degli Stati Uniti d’America, ma anche in difesa di suoi precisi interessi economici entro l’area. Infatti, sappiamo che l’Italia, con la multinazionale statale ENI, ha guadagnato qualcosa dai conflitti e dalla consequente “spartizione del bottino” con i suoi compari atlantici: nel 2009, la multinazionale si è aggiudicata per 20 anni il giacimento di Zubair – tra i più grandi del paese, con produzione pari a circa 195 mila barili di olio al giorno e, oggi, progetta nuovi affari nello Stato fantoccio. Ad esempio, è ancora in piedi il progetto di assicurarsi lo sfruttamento del pozzo di Nassiriya, addocchiato fin dagli anni ’90 e che, forse, si pensava di poterlo ricevere con il sangue degli 11 soldati italiani morti nello stesso luogo nel novembre 2003. Gli italiani, però, nel 2009 furono beffati – nella gara d’appalto – da una multinazionale giapponese. I giacimenti afghani di petrolio e gas sono sempre stati tra gli obiettivi dichiarati dell’ENI, che nel paese si sta dando da fare nella scoperta di questi tesori.

Insomma, l’idea di un’Italia mera vassalla – tanto cara agli estremisti dell’unionismo – è senz’altro da ridimensionare: la Repubblica Italiana sta agendo chiaramente da paese imperialista; i suoi soldati non fanno altro che servire gli interessi di questo Stato, offrendo un indubbio servizio agli Usa.

RIFERIMENTI ESSENZIALI

“Battaglia dei ponti: 30 mila proiettili, forse più morti
Sarzanini Fiorenza, Corriere della Sera (26 maggio 2004)

“Sì, abbiamo sparato contro l’ambulanza”
Sara Menafra, Il Manifesto (7 febbraio 2006)


“Un’ambulanza il veicolo colpito dai soldati.
Sentenza militare conferma Wikileaks”
la Repubblica (26 dicembre 2010)

 “Sent. G.U.P. Tribunale militare di Roma, 9 maggio 2007, n. 33″
processo penale a carico di Allocca Raffaele e Stival Fabio

“Ma gli italiani in Afghanistan preferiscono l’attacco alle azioni difensive”
Fausto Biloslavo, Il Foglio, 12-10-2010

“Forze speciali italiane all’attacco in Afghanistan. Le forze speciali italiane sono protagoniste del conflitto afghano 
Fausto Biloslavo, Panorama, 19-07-2010

“Afghanistan: diario di guerra dall’ultimo avamposto italiano”
Fausto Biloslavo, Panorama, 31-08-2008

“2 maggio 2013 –  Herat, Afghanistan: duro colpo inflitto dai militari italiani alle comunicazioni degli insorti”
da www.difesa.it

“Isaf all’attacco nella zona italiana
Manlio Dinucci, Il Manifesto (5 ottobre 2006)

 “Eni si aggiudica il giacimento ‘giant’ di Zubair, in Iraq”
da www.eni.com

“Afghanistan: Eni ‘seriously considering’ investing in northern Afghanistan says minister”
da www.adnkronos.com

“Eni, scoperto nuovo giacimento petrolifero in Afghanistan”
da www.milanofinanza.it

“Eni, attività in Iraq”
da www.eni.com

http://scida.altervista.org/vogliamo-la-scuola-sarda-non-militari-italiani/#sthash.ZBwoaWnO.dpuf

Tèmpiu Pausania. Lu Pagghjolu: calche cosa si moi pa l’Alta Gaddhura

pagghjolu
Foto: La Nuova Sardegna.

E’ di cumenciu mesi di friagghju la nutìzia chi la RAS, e in palticulari l’Assessoratu a li Trabaddi Pubblichi, agghja delibaratu a faori di li trabaddi da la Diga di Lu Pagghjolu a la cittài di Tempiu e l’alti comuni di l’Alta Gaddhura. Comu si sa, a Tempiu bona palti di li disaccelti e inettitudini di lu silviziu idricu è douta puru a lu fattu chi a li timpiesi l’ea ‘eni arricata da Pattada. Pa chistu muttiu, una reti idrica chi possia ‘unì li 3,3 milioni di metri cubi di Lu Pagghjolu ‘eni dummandata da anni, comu da anni ENAS e ZIR ani pruvvidutu finanziamenti illi bilanci soi. Lu commissariamentu di lu Cunsólziu ZIR ill’ultimi anni ha cumpliccatu no pocu la cosa, com’ altettantu ha fattu siguramenti la gestioni e li problemi Abbanoa, cu lu passagghju dalla ‘echja gestioni – finz’ a lu 2006 – a lu Gestori Unicu. A pocu a pocu in umbè si so finza che sminticati di chiss’opara cussì strategica pa Tempiu e tutta l’Alta Gaddhura.

A ogghj, aspittendi nuitai illi chiti chi venini, si sa chi l’assessoratu ha postu a dispusizioni li residui passivi (spesi previduti ma no ancora pacati) di dec’anni va, residui di cuntaduria pubblica di la ZIR e l’ENAS pa più di 4 milioni di euro. Illa delibera n. 5/23 di friagghju, si legghji chi pa la palti chi avanza (boci no uffiziali faeddani di un’opara di 6/7 milioni di euro) l’assessoratu impegna lu Cunsiddu di la RAS a carragghjà lu chi manca pa pudè finalmenti middurà, si spera lestru, la cundizioni infrastrutturali di Tempiu e l’Alta Gaddhura.

Tempio Pausania. Lu Pagghjolu, qualcosa si muove per l’Alta Gallura.

E’ di inizio mese di febbraio la notizia che la RAS, in particolare l’Assessorato ai Lavori Pubblici, ha deliberato a favore dei lavori da la Diga di Lu Pagghjolu a la città di Tempio e altri comuni dell’Alta Gallura. Come noto, a Tempio una parte dei disservizi e delle inefficienze del servizio idrico è dovuta pure al fatto che ai tempiesi l’acqua giunge da Pattada. Per questo, una rete idrica che possa collegare i 3,3 milioni di metri cubi di Lu Pagghjolu viene richiesta da anni, come da anni ENAS e ZIR hanno previsto allo scopo risorse nei loro bilanci. Il commissariamento del Consorzio ZIR negli ultimi anni ha complicato non poco la situazione, come allo stesso modo hanno inciso gestione e problemi Abbanoa, con il passaggio dalla vecchia gestione (sino al 2006) al Gestore Unico. Progressivamente, in tanti si sono persino scordati di quell’opera così strategica per Tempio e tutta l’Alta Gallura.

Ad oggi, attendendo gli sviluppi nelle prossime settimane, è noto che l’assessorato ha messo a disposizione i residui passivi (spese impegnate ma non ancora pagate) risalenti a dieci anni fa; residui passivi della contabilità di ZIR ed ENAS per oltre quattro milioni di euro. Nella delibera n.5/23 dello scorso febbraio, si legge che per la parte restante (fonti non ufficiali parlano di un’opera che costerà almeno 6/7 milioni di euro) l’assessorato impegna il Consiglio della RAS alla copertura, per poter finalmente migliorare, si spera in tempi brevi, la condizione infrastrutturale di Tempio e l’Alta Gallura.

http://www.ilminuto.info/2015/03/ras-delibera-n-523-diga-di-lu-pagghjolu/

Master and Back. Aspetti tributari (Seconda parte, casi analoghi)

– Capitolo 6: Aspetti tributari.

Paragrafo 5.1: Cofinanziamento europeo e status di beneficiario.

meB

Il caso del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (2011)

Se per quanto riguarda l’art. 2 la soluzione prospettata è in linea con un respingimento delle richieste di rimborso da parte degli “studenti utilizzatori”, a diverse conclusioni si giunge nel momento in cui si analizza, a monte, il citato art. 80. Alcune interpretazioni dello stesso paiono aprire alle persone fisiche e un esempio in tal senso è costituito dal parere reso dal Ministero del Lavoro e Politiche Sociali nei confronti della Direzione Centrale Normativa, in occasione di un interpello dal contenuto pressoché analogo al precedente. Il Ministero si era infatti espresso in modo analogo all’Agenzia delle Entrate per quando concerne l’analisi dell’art. 2, affermando che “la definizione di beneficiario finale contenuta all’art. 2 comma 4, del Regolamento 1083/2006 (soggetto responsabile dell’avvio e dell’attuazione delle operazioni) risponde all’esigenza di individuare un livello di responsabilità nella conduzione dell’operazione: non sembra quindi che tale definizione si possa estendere alle persone fisiche destinatarie ultime delle azioni sovvenzionate, come ad esempio i borsisti o gli utilizzatori dei voucher formativi“. Sin qui sarebbe impossibile estendere il comma 4 dell’art. 2 ai borsisti ed utilizzatori dei voucher formativi, considerandoli beneficiari finali. A differenti conclusioni però si giunge nel momento in cui si analizza il contenuto dell’art. 80. Sempre il Ministero ritiene che “il contenuto e la ratio di detto articolo si estendano anche alle azioni in esame. Ciò che la norma intende escludere è in effetti semplicemente il dirottamento di qualsiasi parte dei contributi erogati e stanziati verso destinazioni diverse rispetto al sovvenzionamento in senso proprio del progetto finanziato“. Proseguendo si afferma che “nella fattispecie in parola, l’azione sovvenzionata è direttamente e propriamente la fruizione di attività formativa, cosicchè l’integrità del finanziamento deve essere misurata con riferimento ai trasferimenti strettamente funzionali a tale fruizione (come potrebbero essere le borse di studio o altri strumenti quali voucher formativi)“.

Di conseguenza l’Ufficio Consulenza dell’Agenzia delle Entrate ritiene non si debba applicare la ritenuta prevista dall’art. 24 del DPR n.600 del 1973 sui contributi di cofinanziamento assoggettati alle norme del Regolamento (CE) n.1083/2006 erogate sulla base del programma Master and Back nell’ambito del POR Sardegna FSE 2007-2013. Secondo un’altra interpretazione, invece, il beneficiario dell’intervento potrebbe essere individuato nell’Autorità di Gestione del POR, in quanto detto organismo parrebbe poter rientrare nella rigida definizione riportata dall’art. 2, comma 4, ed corrispondente alla definizione di “organismo pubblico responsabile dell’avvio delle operazioni“. Questa idea è confermata da una nota della Commissione Europea (DG Occupazione, Affari Sociali e Pari Opportunità – FSE monitoraggio politiche nazionali) inviata al Ministero del Lavoro (D.G. Politiche per l’Orientamento e la Formazione, al Coordinamento delle regioni C/o Tecnostruttura delle Regioni per il FSE e alle sedi delle singole Autorità di Gestione FSE (137).
Precedentemente, in data 8 giugno 2009, alla Commissione era stata palesata la necessità di individuare un criterio di classificazione e rappresentazione comune nella lista dei beneficiari di attività cofinanziate dal FSE, come appunto i voucher e le borse di studio.
Nella nota di risposta, inviata il successivo 15 luglio, la dirigente Alessandra Tornai afferma chiaramente che l’art. 2, al punto 4, esclude le persone fisiche, quindi di conseguenza anche gli studenti richiedenti, dal novero dei possibili beneficiari degli interventi cofinanziati.
Inoltre si afferma che “nel caso dei voucher e delle borse di studio/di ricerca, il beneficiario è l’organismo responsabile della gestione di tali dispositivi (servizi dell’autorità di gestione, università). Si condivide pertanto la proposta di considerare l’Autorità di Gestione, nei casi in cui essa sia responsabile della gestione dei voucher/borse, come beneficiario per tali attività“.

In questo modo, si amplia l’attribuzione dello status di “beneficiario” del programma, potendo ricondurvi anche l’Autorità di Gestione. In ogni caso, ed è ciò che rileva maggiormente in questa trattazione, tale interpretazione alternativa rigetta le istanze degli studenti al pari di quanto indicato dall’Agenzia Regionale per il Lavoro. Viene fornita un’indicazione ben precisa su chi individuare come beneficiario dell’intervento, senza però presentare argomenti ben precisi sulle motivazioni che spingono a classificare l’Autorità di Gestione del POR come beneficiario del programma. Inoltre, appare poco comprensibile lo stralcio della nota in cui “si coglie l’occasione per ricordare che, nei casi in cui l’autorità di gestione sia anche beneficiaria, deve esistere una separazione delle funzioni tra i compiti legati al ruolo di beneficiario e quelli che derivano dagli obblighi dell’autorità di gestione“.

In conclusione, secondo il parere emesso in relazione al ruolo dell’Autorità di Gestione, il prelievo avvenuto sulla parte di finanziamento europeo pare essere perfettamente legittimo.

Il caso della Società Porto Antico di Genova (2007).

Un altro caso che ha costituito giurisprudenza in questo contenzioso è quello della causa tra l’Agenzia delle Entrate di Genova e la società Porto Antico di Genova Spa e la successiva sentenza della Corte Europea. La sentenza richiama infatti il Regolamento (CEE) n. 4253/88 (138). All’art. 21, n. 3, comma 2, si legge difatti che “i pagamenti ai beneficiari finali devono essere effettuati senza alcuna detrazione o trattenuta che possa ridurre l’importo dell’aiuto finanziario al quale essi hanno diritto“.

Parimenti, la disciplina tributaria italiana all’art. 55, n.3 lett b) del DPR n.917 (139), prevede “che vengano considerate sopravvenienze attive i proventi in denaro o in natura conseguiti a titolo di contributo o di liberalità, esclusi i contributi di cui alle lettere e) ed f) del comma 1 dell’articolo 53 e quelli per l’acquisto di beni ammortizzabili indipendentemente dal tipo di finanziamento adottato. Tali proventi concorrono a formare il reddito nell’esercizio in cui sono stati incassati o in quote costanti nell’esercizio in cui sono stati incassati e nei successivi ma non oltre il quarto“.

Il contenzioso sorge in merito alla richiesta di rimborso presentata dalla Porto Antico all’Agenzia delle Entrate in quanto la prima sostiene che, in relazione all’anno fiscale 2000, sono state versate più imposte di quanto non fossero in realtà dovute. Il maggiore versamento si è avuto in quanto la Porto Antico ha erroneamente inserito nell’imponibile della propria dichiarazione dei redditi le somme ricevute dai Fondi strutturali comunitari e dalla Regione Liguria nell’ambito del ciclo di programmazione 1994-1999.

Quindi il dubbio verte sull’idea che l’art. 21, n. 3 possa essere compatibile o meno con l’art. 55 della legislazione italiana, il quale fa concorrere nella determinazione del reddito imponibile i contributi CEE. La sentenza si è espressa nel senso che in tal caso il regolamento europeo non osta all’applicazione di una disciplina tributaria nazionale. In questo caso, complicando maggiormente la vicenda, non ci si focalizza più su chi debba essere inquadrato come beneficiario, in quanto si sostiene l’idea che il prelievo sulla parte europea del finanziamento sia legittimo anche qualora si inquadrino come beneficiari gli studenti che ricevono i voucher.

Se è vero che il regolamento, nella sua formulazione, non consente alcun prelievo sui contributi dei beneficiari è anche vero che quella stessa formulazione non esclude il fatto che il reddito complessivo in cui confluiscono quegli stessi contributi possa essere assoggettato ad imposizione secondo quanto previsto dal DPR n. 917/86.

Richiamando anche una precedente pronuncia, la Corte ritiene che al fine di valutare se la disciplina europea osti a quella italiana occore esaminare se il prelievo tributario nazionale presenti un nesso diretto e intrinseco con il versamento dei contributi concessi dai Fondi strutturali. Si constata a tal proposito come l’impostazione prevista dal DPR n. 917/86 sia indipendente dall’esistenza dei contributi comunitari a favore della Porto Antico. Non si ha un’imposizione specificatamente connessa al contributo comunitario ma un’applicazione indistinta nei confronti di tutti i redditi societari, indipendentemente dall’origine degli stessi. Il prelievo fiscale non ha nessun rapporto diretto e intrinseco con le somme comunitarie ricevute e quindi sarebbe stato da considerarsi indebito solo se, ad esempio, la disciplina nazionale avesse previsto un prelievo ad hoc sul finanziamento comunitario in modo tale da decurtarlo alla fonte, cosa che ovviamente non è avvenuta.

Il caso “Ritorno al futuro” della Regione Puglia (2009)

Proseguendo la rassegna di pronunce in merito alla vicenda, un precedente sul quale i beneficiari hanno fatto spesso leva per ottenere il rimborso degli importi decurtati è quello pugliese.

La Regione Puglia, nel 2009, ha predisposto un programma molto simile al Master and Back, chiamato “Ritorno al Futuro”. Un elemento che gioca a favore delle istanze dei beneficiari e dei loro comitati è il fatto che il caso pugliese è quello che più si avvicina a quello del Master and Back.

Anche in questo caso, avendo previsto il programma nell’ambito del POR Puglia FSE 2007/2013 (140), si è presentato il problema dell’imposizione fiscale sulla parte comunitaria, ai sensi dell’art. 50 del T.U.I.R. e dell’art. 24 del D.P.R. n. 600/1973. L’anno di riferimento è il 2009 e l’amministrazione regionale ha inviato ai beneficiari delle borse le certificazioni CUD, relative agli importi erogati nel corso dello stesso 2009, indicando quale base imponibile il 100% del contributo previsto, compresa la quota di cofinanziamento comunitario. Questo al fine di consentire il conseguente assoggettamento ad imposta, eventualmente cumulato con altri redditi, al regime impositivo generale previsto dal T.U.I.R. Successivamente la stessa amministrazione ha presentato un interpello all’Agenzia delle Entrate in ordine alla legittimità dell’operato della Regione Puglia. La risposta fornita all’interpello è piuttosto chiara e ciò che in questa sede è importante riferire è la sua motivazione: “il beneficiario della specifica forma di aiuto europeo, individuato secondo la formulazione del predetto regolamento 1083/2006, risulta essere il soggetto al quale viene assegnata la borsa di studio oggetto del quesito in trattazione“.

Ciò che ha portato l’Agenzia delle Entrate pugliese a pronunciarsi in tal senso, avvallando la posizione degli studenti da rimborsare, è da rintracciare non solo nell’art. 2, comma 4, ovvero la parte del regolamento secondo la quale si tende a considerare gli studenti come non-beneficiari, ma principalmente nel comma 6 dello stesso articolo.

Secondo questo comma difatti l’organismo intermedio risulta essere “qualsiasi organismo o servizio pubblico o privato che agisce sotto la responsabilità di un’autorità di gestione o di certificazione o che svolge mansioni per conto di questa autorità nei confronti dei beneficiari che attuano le operazioni“.
Occorre sottolineare come nel testo del parere reso non si consideri, come generalmente è stato fatto nell’ambito del caso sardo, solamente il valore letterale delle norme prese a riferimento. In questo caso sembrerebbe assumere un peso determinante anche il programma pubblico nell’ambito del quale la presunta tassazione indebita viene operata; in tal mondo non si può non considerare il ruolo che gli organismi partecipanti rivestono nell’operatività dello specifico programma.
L’Agenzia delle Entrate riporta chiaramente: “l’ente interpellante [la Regione Puglia, ndr] riferisce che la propria partecipazione all’operazione avviene a titolo di “intermediaria” tra la Commissione europea e il beneficiario finale. In tal senso, il riferimento è al comma 6 del predetto articolo 2 del Regolamento (CE) n. 1083/2006 dell’11 luglio 2006 (141)“.

Appare chiaro come la decisione di considerare esenti da imposizione fiscale le somme europee non sia del tutto indipendente dalla natura del programma e dalle specifiche funzioni che i singoli attori hanno. A ben vedere, all’interno di un programma pubblico, la definizione di un ruolo (beneficiario, destinatario, organismo intermedio, etc) avviene anche tramite l’analisi delle azioni concrete che le persone fisiche, gli enti o gli organismi, hanno posto in essere “dando vita” al programma medesimo.
Un programma pubblico infatti non esiste al di fuori delle azioni concrete compiute da chi vi partecipa. Non è solo il “ruolo”, l’incarico formale o una dicitura che indicano “cosa sia” un singolo organismo, ma alla sua definizione contribuiscono in modo rilevante anche le attività realizzate e le funzioni concretamente svolte dallo stesso organismo. In sintesi, non è plausibile definire un organismo come “beneficiario” nel momento in cui, contemporaneamente, in una miriade di altri documenti ufficiali, lo stesso è stato definito come “intermediario” e in tal senso ha realizzato azioni di supporto, intermediazione e collegamento tra la RAS, della quale è emanazione, e gli studenti target del Master and Back.

Sul piano politico si sono occupati del problema alcuni consiglieri regionali (142) in occasione dell’interpellanza n. 161/A del 2 novembre 2010. Il contenuto dell’interrogazione solo per quanto riguarda la questione in esame (si chiederà conto anche dei ritardi nelle pubblicazioni) è il seguente:

Verificato che con deliberazione n. 52/40 del 3 ottobre 2008 – POR FSE 2007-2013 (Individuazione degli organismi intermedi e delle linee di attività loro delegabili), nel Programma operativo regionale – Regione Sardegna FSE 2007-2013 C (2007) 6081 del 30 novembre 2007 (Manuale delle procedure dell’Autorità di gestione – Versione 1.0 – gennaio 2009), e con deliberazione del 4 dicembre 2009 (POR FSE 2007-2013. Individuazione degli organismi intermedi e delle linee di attività loro delegabili. Modifica della Delib. G.R. n. 52/40 del 3.10.2008), l’Agenzia regionale del lavoro è riconosciuta quale organismo intermedio“[…] chiedono di interpellare il Presidente della Regione [Ugo Cappellacci, ndr], l’Assessore regionale del lavoro, formazione professionale, cooperazione e sicurezza sociale [Francesco Manca, ndr] e l’Assessore regionale della programmazione, bilancio, credito e assetto del territorio [Giorgio La Spisa, ndr] per sapere quali azioni urgenti abbiano assunto o intendano assumere […] perché venga finalmente chiarito l’obbiettivo di destinazione, a questo punto, di quel 40 per cento per borsa di studio del FSE se, attraverso meccanismi di tassazione, anziché essere destinato integralmente al laureato viene trattenuto dall’Amministrazione regionale soltanto per essere intermediaria dei fondi“.

Indipendentemente dalle rigide definizioni riportate nei regolamenti europei, i quali, presi fermamente a riferimento si sono dimostrati più un elemento di complicazione che di chiarimento, osservando le origini e l’evoluzione del programma si può affermare come l’Agenzia per il Lavoro difficilmente possa essere considerata la beneficiaria del programma. Essa risulta quindi essere maggiormente assimilabile, come nel caso pugliese, alla definizione del comma 6 piuttosto che in quella data dal comma 4. Se si considerasse realmente l’Agenzia Regionale per il Lavoro la beneficiaria del programma Master and Back, allora alcuni aspetti avrebbero bisogno di motivazioni ulteriori.

In primo luogo, disciplinare in modo compiuto la coincidenza tra la figura del gestore del programma e del beneficiario, alla luce del fatto che l’Agenzia Regionale per il Lavoro – incaricata dalla Regione Autonoma della Sardegna – è un organismo in house al quale assegnare la responsabilità dell’attuazione del Master and Back. Questo viene riportato chiaramente nella Guida alla consultazione dell’intervento per il periodo 2005-2008, che include l’Agenzia, assieme a Sardegna Ricerche, nella sezione Gestione del Programma e nella sottosezione I Soggetti Attuatori. In questo caso si rileva come, secondo le definizioni dell’art. 2, comma 6, del regolamento, l’Agenzia potrebbe rientrare a tutti gli effetti nella definizione di organismo intermedio.
A conferma della plausibilità di un inquadramento come organismo intermedio anziché beneficiario, vi è pure l’elenco delle funzioni e dei compiti che l’Agenzia medesima deve svolgere per l’attuazione del programma, in particolare il punto 4, come indicati nella Guida 2005-2008:

1. pubblicazione e gestione dei bandi/avvisi di gara, delle manifestazioni di interesse e della relativa documentazione;
2. segreteria Tecnica della Commissione Tecnico-Scientifica;
3. gestione delle reti di informazione;
4. help desk durante tutte le fasi di attuazione del programma per le diverse categorie di beneficiari;
5. gestione dei “dossier” amministrativi e formativi dei beneficiari, rapporti con gli organismi di formazione, i soggetti ospitanti e il Banco di Sardegna;
6. rendicontazioni bimestrali ai Responsabili di Misura delle spese effettuate e redazione di rapporti tecnici e amministrativi sullo stato di avanzamento delle attività.

È poco plausibile che, indipendentemente dalle articolate definizioni che si possono dare alla terminologia utilizzata, il beneficiario dell’intervento abbia la responsabilità di gestire uno spazio informativo che risponda a sua volta ai beneficiari medesimi. In ogni caso, sia che si propenda per individuare il beneficiario del programma nella figura dell’Agenzia Regionale per il Lavoro oppure in quella dell’Autorità di Gestione del POR, gli studenti non vengono considerati beneficiari finali dell’intervento ma destinatari delle attività svolte e questo, alla luce della reale operatività del programma in esame, appare una forzatura. In occasione delle comunicazioni tese a respingere le istanze di rimborso, l’Agenzia ha più volte richiamato il Vademecum per l’Operatore; questo è un documento redatto dall’Autorità di Gestione del POR, il quale – riprendendo unicamente l’art 2 del Regolamento CE – prevede che “in caso di sovvenzioni dirette ai singoli destinatari (per es. voucher di formazione o di servizio), beneficiario è l’organismo che eroga il finanziamento, ad esempio la Regione, la Provincia o altri Organismi Intermedi, poiché in tale caso l’organismo è responsabile dell’avvio dell’operazione (143)“.

In questo modo l’Agenzia Regionale per il Lavoro viene formalmente definita beneficiaria del programma attraverso motivazioni costituite da un documento redatto dall’Assessorato al Lavoro il quale è lo stesso organo che, assieme all’Assessorato all’Istruzione e quello alla Programmazione, ha qualificato come soggetto attuatore la stessa Agenzia. Nel corso del programma pare quindi che la figura dell’Agenzia abbia cambiato il suo ruolo nel programma, da soggetto intermediario a beneficiario finale.

Sempre nel Vademecum dell’Operatore, al fine di giustificare l’inquadramento dell’Agenzia come beneficiaria, viene descritta anche la figura dei destinatari, definiti come “soggetti (persone, imprese o organismi) che usufruiscono della realizzazione delle azioni, cioè delle singole attività nelle quali si sviluppa un intervento/progetto (144)“.

In definitiva, si possono rilevare almeno tre incongruenze nel comportamento della RAS.

1. Nel definire la figura del beneficiario, indipendentemente che questo venga definito da istituzioni locali o europee, si lega tale individuazione allo status di organismo “avviante” le operazioni del programma, ovvero Regione, Provincia, Organismi Intermedi. Si può infatti opinare sul nesso logico che soggiace a tale idea, visto che nella pratica dei programmi pubblici chi è responsabile dell’erogazione di una prestazione, monetaria e non che sia, è sempre un soggetto ben distinto da chi ne beneficia e verso il quale l’intervento si dirige. É anche difficile pensare ad un programma pubblico dove le due figure coincidano.

Per esemplificare, poniamo il caso della ASL che si occupa dell’istituzione di un servizio SERD (Servizio Recupero Dipendenze). Questo a sua volta, con uno staff di medici, infermieri e personale amministrativo, si rivolge ad una serie di pazienti che manifestano un bisogno di assistenza. Ora, difficilmente si può pensare ai beneficiari del programma come individui differenti dai pazienti in cura, nonostante la responsabilità della gestione delle operazioni presso le strutture SERD sia a carico del personale citato e nonostante il fatto che l’intera società beneficerà, in senso lato, del recupero di tossicodipendenti. Il SERD è al massimo un organismo intermedio qualificato attraverso il quale, anche finanziariamente, la ASL si rivolge ad un target che beneficerà di un servizio al fine di soddisfare un proprio bisogno;

2. Si pone un problema di tempistiche. Il Vademecum è un documento datato aprile 2010 e realizzato al fine di indicare “disposizioni di carattere generale relative all’ammissibilità delle spese ed ai massimali di costo riguardanti gli interventi finanziati dal Programma Operativo Regionale della Regione Autonoma della Sardegna – Fondo Sociale Europeo 2007-2013“. Di conseguenza, tale documento è stato concepito in un periodo nettamente successivo sia al Regolamento CE n. 1083/2006 che rispetto alle prime rimostranze. Alla data di pubblicazione del Vademecum, sul quale l’Agenzia fonda la maggior parte delle proprie ragioni, venivano già prelevati da tempo gli importi oggetto d’analisi dalle borse di studio dei beneficiari.

3. Infine, lascia per lo meno perplessi l’ambiguità con la quale si conclude la Sezione 1 del Vademecum. Questa sezione dovrebbe definire chiaramente lo status di beneficiario il quale si rivela in questo caso un elemento determinante al fine di comprendere se l’importo sia stato prelevato in modo legittimo o meno. Nel testo si può però leggere una conclusione, tra l’altro ben evidenziata: “nel corso del presente vademecum i termini “Beneficiario”, “Soggetto attuatore”, “Organismo gestore” e “Agenzia Formativa” saranno considerati tra loro sinonimi” . Questa affermazione desta più che un dubbio.

Sulla scorta del caso pugliese, si ritiene che la situazione si sarebbe potuta concludere già da tempo a beneficio degli studenti “beneficiari”, se l’Agenzia Regionale per il Lavoro si fosse mostrata più chiara e avesse ammesso, come ormai palese, il suo ruolo di organismo intermedio nel programma, indipendentemente dalle proposizioni riportate nei documenti ufficiali presentati.

Una presa di posizione in tal senso, avrebbe sicuramente sveltito la situazione e si ritiene che, grazie ad un’ammissione simile, le procedure di rimborso da parte dell’Agenzia delle Entrate si sarebbero potute avviare già da tempo, in quanto tra gli studenti beneficiari “reali” e l’organismo intermedio si sarebbe instaurato agevolmente un rapporto di collaborazione e supporto comune.

Note (137-144).

137. Presso queste ultime l’invio della lettera è avvenuto solo in formato elettronico.

-138. Come modificato dal regolamento (CEE) del Consiglio 20 luglio 1993, n. 2082.
-139. Approvazione del Testo Unico delle Imposte sui Redditi.
-140. In questo caso il cofinanziamento operava secondo le seguenti quote: 50% a carico del Fondo Sociale Europeo; 40% a carico del Fondo di Rotazione di cui all’art. 5 della Legge 183/87, quale contributo pubblico nazionale; 10% a carico del bilancio regionale.
– 141.             Fonte: http://ritornoalfuturo.regione.puglia.it/wp-content/uploads/2010/07/1027935.pdf

-142. Diana, Bruno, Solinas, Meloni, Agus, Barracciu, Cocco, Espa, Lotto, Meloni, Sanna, Soru e Sabatini.

-143. Pag. 6, Sezione 1, Beneficiari.
– 144. Glossario, pag. 84.

“Vogliamo la scuola sarda, non militari italiani” (di Scida*). Prima parte

borntokillita3In occasione del 4 Novembre Scida propone un’analisi del rapporto tra la Nazione sarda – ed in particolare tra i suoi giovani – e l’esercito di occupazione italiano.

*Originariamente pubblicato su Scida – Giovunus Indipendentistas, l’ 01/10/2013.  http://scida.altervista.org/

Indice:

1) Boleus sa scola sarda, non militaris italianus
2) Un mito da sfatare: le missioni di pace
3) L’esercito italiano in Sardegna
4) Antistoria della “Brigata Ascari”
5) Resistenza: diritto ad un futuro migliore!

Boleus sa scola sarda, non militaris italianus

Il 4 novembre è la data in cui lo Stato italiano celebra la “Festa dell’Unità Nazionale” e la “Giornata delle Forze Armate”. La data è stata scelta in quanto ricorda la vittoria del Regno d’Italia nel primo conflitto mondiale; leggiamo dal sito ufficiale dell’Esercito Italiano: “in questa giornata si intende ricordare, in special modo, tutti coloro che, anche giovanissimi, hanno sacrificato il bene supremo della vita per un ideale di Patria e di attaccamento al dovere: valori immutati nel tempo, per i militari di allora e quelli di oggi”.

Che cosa rappresenta l’Esercito Italiano? Tanto per un unionista, quanto per un indipendentista, le Forze Armate rappresentano la continuità storica dell’Italia nella sua unità istituzionale (dal 1861); il simbolo vivente di questa stessa unità attraverso 150 anni di storia, quanto l’istituzione che debba garantire questa unità, nella quale si riconoscono tutte le forze politiche italianiste. Non è un caso che questa ricorrenza sia – tra le festività laiche – l’unica che abbia attraversato tutte le tre fasi della storia italiana: dal Regno liberale al fascismo, fino alla Repubblica.

Ciò che segna il nostro distacco dalla visione unionista è, ovviamente, l’identificazione: lo Stato italiano – attraverso l’educazione, quanto per i mezzi di comunicazione di massa – ha cercato di infondere nei suoi cittadini l’attaccamento –  o meglio, Fede – alla “Patria italiana”, insegnando loro ad identificarsi storicamente con essa, attraverso una narrazione storica rassicurante, in cui l’Italia svolge sempre la parte di potenza buona, ed i suoi soldati la parte di Eroi, al servizio di cause sempre giuste, ed ineccepibili. Dalla lotta contro il brigantaggio – a compimento della “giusta” guerra piemontese contro i reazionari borbonici ed asburgici, ad un colonialismo tutto sommato bonario e coinvolto in una “missione civilizzatrice”, alla Grande Guerra contro i reazionari Imperi Centrali e per “liberare” le terre irredente, a compimento del Risorgimento; ad un colonialismo fascista, anche questo tutto sommato diverso dagli altri; alla lotta contro il nazifascismo, perché tanto Badoglio ed il regio esercito si misero a combattere la RSI, in nome della “vera Italia”… sino alle “missioni di pace” odierne, ove i “nostri soldati” svolgerebbero un lavoro al servizio delle popolazioni.

Noi giovani indipendentisti ci identifichiamo con la causa della nostra nazione colonizzata, sapendo inoltre di lottare in nome di valori universali, che ci permettono di sentirci solidali con tutti i popoli oppressi del mondo, in particolare quelli che hanno subito la violenza dell’Italia e del suo braccio armato. Se gli studenti sardi conoscessero le vere imprese dell’Esercito italiano, probabilmente sarebbero immuni dalle retoriche celebrazioni di questa giornata: le stragi compiute dai bersaglieri nel Meridione d’Italia (ad esempio, le centinaia di civili uccisi o bruciati vivi a Pontelandolfo e Casalduni); le innumerevoli stragi e violenze compiute dal contingente italiano in Cina ai primi del 1900; i crimini contro l’umanità commessi in Somalia, Eritrea, Libia, Etiopia dalla fine del XIX secolo alla fine dell’Impero (esempi: dall’eccidio di Massaua su ordine del tenente dei carabinieri Livraghi, alla strage di Sciara Sciat – 4000 libici uccisi nel 1911 – alle tonnellate di iprite sganciate dall’aviazione italiana contro gli abissini, alle deportazioni di massa, alla strage di Debra Libanos diretta dal generale Maletti); come dimenticare, poi, le eroiche azioni dei carabinieri nella Grande Guerra, a caccia dei “disertori”– cioè coloro che si rifiutavano di farsi massacrare per gli interessi del capitale italiano – sparando addosso o fucilando i soldati che si rifiutavano di uscire fuori dalla trincea; gli 8000 sloveni uccisi tra il 1941 ed il 1943 dalle truppe d’occupazione, per tacere delle migliaia di deportazioni ai danni delle popolazioni slave. Per tacere dei crimini commessi dalle forze armate italiane contro i suoi stessi concittadini: l’episodio più celebre è, probabilmente, quello delle cannonate di Bava Beccaris contro il popolo milanese. Alla luce di tutti questi atti criminosi; a noi sembra che celebrare l’Esercito Italiano non sia dissimile dal celebrare le SS! Vista la sorte di queste ultime, difficilmente i soldati italici si salveranno dalla pattumiera della storia!

RIFERIMENTI ESSENZIALI:

– Angelo Del Boca, Italiani, brava gente? (Neri Pozza, 2005)
– Fascist Legacy (Documentario BBC, 1989)

http://scida.altervista.org/vogliamo-la-scuola-sarda-non-militari-italiani/?doing_wp_cron=1425141576.6034629344940185546875

Master and Back. Aspetti tributari. (Prima parte generale)

Capitolo 6: Aspetti tributari.

Paragrafo 5.1: Cofinanziamento europeo e status di beneficiario.

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